Il caso di Armida, un counseling filosofico In evidenza

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Sappiamo che la posizione del pianeta Venere nel tema natale dell’individuo influenza il proprio modo di amare, quindi di vivere con piacere le molteplici relazioni affettive.
In Astrologia si considerano anche alcune varianti vibratorie di Venere. Si tratta di diversità quantitative e qualitative che dipendono dal segno zodiacale che il pianeta occupa. I suoi effetti si esprimono con maggiore chiarezza, libertà e purezza nei segni dove essa è in domicilio ed in esaltazione. Venere come divinità, come essere luminoso e celeste, influenza l’inconscio collettivo del comportamento umano, manifestandosi nelle culture di tutti i tempi come archetipo, secondo Jung, l’archetipo femminile per eccellenza: la magna mater. Essa ha avuto una molteplicità di culti con nomi e origini diversi, ma sempre riferiti inequivocabilmente al pianeta Venere. La visione astrologica di questo archetipo si ottiene conciliando i diversi nomi e le diverse rappresentazioni. Venere in Pesci è il modello della Venere esaltata, è la fase della sua massima luminosità. Il mito ce la rappresenta come una donna, quasi bambina, con la pelle bianca come l’alabastro, di perfetta bellezza, che emerge dal mare (Pesci), nata dalla schiuma del mare e dal potere creativo del cielo. Nata dal mare e assisa in alto nel pantheon dell’Olimpo come nell’era dei pesci accadde a Maria attraverso l’Assunzione. Questa espressione di Venere, è chiaramente l’esaltazione della bellezza e della bellezza come Virtù. Il secondo modello di Venere, descritto nei miti, è quello di Ishtar, dea Assira, antica rappresentazione del pianeta Venere. Il mito ce la raffigura come divinità guerriera e dea dell’amore. Sposata con Ashur (Ares, Marte), accompagnava il marito nelle spedizioni guerriere, veniva rappresentata su di un carro tirato da sette leoni con un arco tra le mani. I sette leoni che tirano il carro celeste, simboleggiano la potenza creativa e regolatrice del settimo segno zodiacale, la Bilancia, l’area dei contendenti, dei rivali e del matrimonio. L’arco ci parla anche del principio maschile di questo modello (la Bilancia è un segno maschile). L’arco scocca la freccia e la freccia è sempre un simbolo maschile e fallico: la freccia penetra. L’arco diviene simbolo del dualismo luce-oscurità, rappresentato dalle fasi del pianeta, riunendo in sé i concetti di amore e di guerra. In questo schema simbolico appaiono il Maschile e il Femminile in un solido abbraccio, ma simile alla complementarietà di yin e yang nel Tao (coniunctio oppositorum). Un’altra rappresentazione di Venere in Bilancia, munita di attributi maschili, la troviamo nella cultura ellenica, dove appare sotto il nome di Afrodite Urania. Gli oggetti con i quali viene presentata gettano luce sul suo contenuto simbolico. In alcune immagini ha un scettro in una mano ed una mela nell’altra. Lo scettro è un simbolo maschile e fallico, è un prolungamento del braccio e significa potere ed autorità. Lo scettro delle dee egizie, era simbolo della contentezza che forniva la gioia di veder eseguita la loro volontà e il piacere di fare ciò che soddisfa. Il simbolo dello scettro nel tempo, culminando con l’iconografia mariana, si trasformò in giglio mantenendo tuttavia lo stesso significato simbolico e rimarcandone la purezza. La mela è un simbolo femminile ed ha varie letture; rappresenta, tra l’altro, i desideri terreni ed il loro scatenamento. La proibizione di mangiare la mela veniva dalla voce suprema che si opponeva alla celebrazione dei desideri materiali. La sete di conoscenza è, come disse Nietzsche, una zona intermedia tra i desideri terrestri e la pura e vera spiritualità, perciò la mela ha un simbolismo più profondo e nascosto che introduce l’ultimo dei grandi miti divini, passando da Eva alla Vergine Maria. Ma ancor prima di Maria il simbolismo del dualismo luce-oscurità fu rappresentato dalla dea Iside; madre di Horus e moglie di Osiride. L’iconografia egizia vede la dea alla ricerca dei pezzi martoriati del corpo del marito ucciso. Dopo averli ritrovati in seguito ad un lungo viaggio nell’oscurità Iside ricompone il cadavere e, resuscitatolo a nuova vita, Osiride diviene anche il signore degli inferi. Il mito viene ripreso dalla Vergine cristiana chiamata ad assistere la prematura morte del figlio e ad accompagnarlo nel destino che lo vedrà nuovamente risorgere per punire definitivamente Satana fin nello stesso Inferno, come recita il Vangelo di Giovanni. Il mito di Iside, riproducente il duplice viaggio tra le tenebre e la luce ricalca la duplicità del pianeta: prima stella della sera e ultima ad illuminare il mattino, è riproposto anche dal secondo arcano dei Tarocchi. La Papessa infatti è assisa tra due colonne: le distinte polarità; ella reca un libro in mano: la conoscenza del Bene e del Male e in ultimo il segreto del loro superamento, la coniunctio oppositorum. Il tema del ricongiungimento è dominante nelle figure che si rifanno a Venere. Maria stessa attraverso il dono della grazia di Dio, un dono d’amore di cui si fa messaggero il figlio (Cristo, Amore figlio di Venere), permette la congiunzione spirituale (vera conoscenza dell’universo) tra i figli di Dio e il Padre stesso. Intercedendo tra di essi, Maria si pone come asse privilegiato nella Trinità cristiana, un asse di Luce, purezza e splendore (le molteplici apparizioni della Vergine sono sempre contraddistinte dallo splendore della luce immacolata). Lo stesso concetto della riunificazione lo si ritrova nel pensiero junghiano laddove entrambi i generi devono “far luce” sulle rispettive parti di anima e animus, ricongiungendole con l’opposto aspetto predominante e ricreare psichicamente il proprio androgino facendosi l’uno sponsus dell’altra e viceversa. 1 Il terzo modello di Venere corrisponde al suo domicilio nel segno zodiacale del Toro, segno questo dove la Luna ha la sua esaltazione. “Nello zodiaco greco-egizio il Toro porta il disco solare collocato sul quarto di Luna (in navicula Veneris), un’immagine della coniunctio. Il Toro stesso viene indicato con il cerchio del Sole sormontato dai corni lunari”2. Qui appare come “Venus Genitrix”, Venere madre, sempre con una mela in una mano ed un bambino sull’altra. Il bambino, simbolo maschile, sostituisce lo scettro, il giglio o lo specchio. La raffigurano su di un carro trainato da colombe bianche e ha al suo fianco due colombe appoggiate. La colomba, uccello sacro a Venere, era il regalo degli amanti in quanto simbolo di pace e di amore. Come attributo Venere ha una cintura che simboleggia il legame e la fedeltà e descrive funzioni che esigono impegno e lealtà. La cintura di Venere contiene ogni sorta di incantesimi (l’amore è la massima espressione magica dell’essere umano: dall’estasi all’orgasmo). La cintura ci riporta alla corona o al diadema, simboli collegati e, nella rappresentazione moderna, questa divinità appare incoronata e vestita di fiori come il manto della primavera fiorita che presiede, e infine la colomba riportano nuovamente alla “Bianca Signora di Luce” delle molteplici rappresentazioni mariane (maggio mese mariano). Amore il figlio di Venere fa risaltare il parallelismo con il Figliolo della religione cristiana. Non era casuale il messaggio di Gesù, amatevi l’uno con l’altro. Questo messaggio di amore - che ha attraversato tutta l’era dei pesci corrisponde all’esaltazione di Venere in Pesci. Prima di procedere con l’interpretazione pratica dell’influenza dell’archetipo collegato al pianeta Venere descrivendo il caso di C.-Armida, ne riassumiamo i contenuti simbolici. Venere si manifesta soprattutto nell’ambito dei sentimenti e si esprime negli affetti di entrambi i generi, nelle simpatie e nell’amore romantico che sfociano poi nel piacere dei sensi, e dall’eros induce alla massima evoluzione del piacere, l’estasi spirituale. Nell’antica Roma la dea era festeggiata il I aprile nei Veneralia come Venere Verticordia, colei che apre i cuori e aprendo i cuori immette il devoto all’ascensione di gradi di purificazione. La stessa funzione fu ripresa nel tardo impero dal culto di Iside (la rosa e la colomba) come è dimostrato nella parte finale delle Metamorfosi di Apuleio, di cui il personaggio Lucio diventato un uomo nuovo, dopo esser stato un asino, ne diviene sacerdote. Insieme alla Luna, Venere completa la simbologia femminile ed è collegata alla fecondità, all’istinto di protezione, al fascino personale e alla grazia. Il Lucio apuleiano riceve la grazia della sua resurrezione umana in una notte di luna piena. Venere rappresenta la capacità di seduzione, è la persuasione soave, sa lusingare, essere accattivante e attrarre dolcemente. Venere si riferisce anche al sentimento di pena e di tenerezza che si sente per le disgrazie altrui (Maria, Iside). Porta quindi ad aiutare i bisognosi ad essere caritatevoli, ad amare il prossimo. Come tutte le altre forze, anche Venere ha le sue connotazioni negative. Essa è responsabile della pigrizia, dell’ozio e dell’indolenza. Simboleggia anche le cose venefiche e si associa alle malattie veneree, ai sortilegi o alle magie (la povera bellissima Psiche ne è stata testimone).   Il caso di C. Una consulenza filosofico-esoterica (I Ching e Reiki) Come consulente filosofico che, per i percorsi di consapevolezza cui la pratica della C.F. è volta, mi avvalgo nel caso opportuno di due strumenti particolari: l’oracolo del Libro dei Mutamenti, l’I Ching, e l’efficacia del Reiki. Entrambi agiscono in sinergia ma da opposti versanti. Il primo sulla razionalità indotta dalle riflessioni sugli esagrammi che esprimono l’immediatezza delle dinamiche psichiche di cui si chiede il responso. Il secondo agendo da facilitatore energetico sui sette chakras, capace di sciogliere le inibizioni e i meccanismi di difesa divenuti incongrui al perseguimento di un benessere consapevolmente ricercato. La tecnica di riequilibrio dei chakras riarmonizza da sola le singole ruote energetiche eventualmente bloccate, al punto da permettere una veloce connessione con parti del Sé impensabili con altre pratiche volte solo alla consapevolezza razionale. Ovviamente ci sono modi e tempi da rispettare nell’ambito delle personali esigenze del percorso del consultante, così come non a tutti questa procedura può essere la più indicata. Il caso qui riportato servirà a render funzionale l’azione dell’archetipo di Venere, nell’ambito di questo genere di percorsi volti alla cura del benessere psicologico e spirituale del consultante. Come Jung insegna l’archetipo deve essere un volano energetico e non una gabbia in cui si è catturati come nello specchio della strega cattiva della nota favola. In questo senso l’archetipo servirà a condurre materialmente la consultante attraverso le molte facce di Venere: i molti aspetti in cui la sua personalità, evolvendo, consapevolmente svilupperà. La consultante del caso qui riportato, che chiameremo con l’iniziale del suo nome C., era perfettamente conscia e padrona delle sue dinamiche mentali (pre-requisito essenziale nella C.F.). Il destino la condusse da un consulente filosofico per una più efficace gestione dell’elaborazione del lutto della perdita del marito e del conseguente stato di solitudine (a suo dire: il marito fu l’unico uomo con cui potè provare un amore autentico facendola sentire profondamente donna). C. non ha avuto figli essendosi sposata in tarda età. Trattandosi di una persona perfettamente cosciente e matura, nell’ambito dell’evoluzione del proprio archetipo di Venere non vi è stato mai (e non sarebbe deontologico) nessun mio intento volto a “pilotare” la consultante verso forme ritenute unilateralmente come più evolute riguardo alle figure femminili sopradescritte. Non è una questione di poco conto visto che viviamo in un era dove inevitabilmente la figura della donna adulta e anziana (C. ha sessant’anni) può subire l’immaginario tradizionale dell’iconografia mariana di donna distaccata dalle questioni più mondane. C., come è giusto che sia, è sempre stata libera di utilizzare l’archetipo nel modo e nelle sfaccettature che più sentiva consone. In ogni caso C. è una donna atea ma aperta alle esperienze equilibrate di spiritualità e aveva già avuto esperienze di psicoanalisi e meditazione yoga. Nel nostro primo incontro la consultante, dopo aver brevemente raccontato gli accenni biografici di cui sopra, chiese espressamente di voler consultare l’oracolo alla maniera di Jung, ossia chiedendo la prima volta solo una visione generale di se stessa, senza entrare in particolarismi, lasciando all’oracolo la facoltà di esporre una visione di sé più autentica possibile. Dopo due anni di lutto, la signora aveva lasciato la casa di famiglia per trasferirsi in provincia al seguito di alcune amiche, prendendo la decisione di godersi la pensione vivendo da sola in un grazioso appartamento vicino al mare. Ci incontrammo per sei sedute in cui ogni volta consultammo l’oracolo. Per obbligo di sintesi descriverò solo i tre esagrammi più significativi, nell’ordine: La preponderanza del grande, La ragazza che si sposa e Il viandante. La preponderanza del grande, n.28. La sentenza “La preponderanza del grande. La trave maestra si piega. Propizio è avere dove recarsi. Riuscita.” “Qui il grande ha il sopravvento. Il carico è troppo pesante per le forze che debbono reggerlo. La trave maestra, sulla quale poggia l’intero tetto, si piega perché le sue estremità portanti sono troppo deboli per il carico. Il tempo e la situazione richiedono misure straordinarie per essere superati, poiché il tempo stesso è fuori dall’ordinario. Perciò bisogna pensare ad una transizione, bisogna agire il più presto possibile… Con misure violente non si raggiunge nulla. Bisogna sciogliere il nodo penetrando dolcemente nel senso della situazione, allora il trapasso ad altre condizioni riuscirà. Vi è bisogno di una grande superiorità; perciò il tempo della preponderanza del grande è un tempo importante.” In sintesi entrambi convenimmo che il senso del primo esagramma era che la signora aveva subito un trauma paragonabile per intensità al crollo della propria casa. Il crollo era stato causato dal cedimento strutturale della trave maestra che reggeva il soffitto (il marito). Non si è in grado di reggere il peso di una simile tragedia. L’immagine metaforica che usa Confucio è corredata dal consiglio di uscir di casa per non esser travolti e ‘avere’ (preoccuparsi) dove andare. Si tratta di ritrovarsi involontari profughi, con tutte le emozioni che possiamo immaginare. Emozioni prontamente espresse dalla consultante durante le sedute. Non se ne era andato solo il marito ovviamente ma tutto ciò che costituiva la struttura intorno a cui era stato edificato il loro senso dell’amore e delle proprie esistenze. Per lei era impossibile sopportare una situazione eccezionalmente priva di senso, seppur naturale. Indipendentemente dal consiglio postumo di Confucio, effettivamente C. aveva già provveduto a trovarsi una nuova sistemazione che, se le impedì di ritrovarsi soffocata dalle macerie e dai ricordi ancor vivi rimanendo nella casa comune, non costituiva certo la soluzione del suo dolore. Anzi quel dolore ben presto lasciò intendere che nulla l’avrebbe mai sedato, men che mai azioni inconsulte. Ma di questo razionalmente C. ne era consapevole, il problema che emerse fu che quell’uomo era tutto ciò che lei intendeva per amore e senza il marito, intorno a cui lei ruotava, non avrebbe avuto senso vivere se non le era più concesso di amare. La similitudine con il dolore di Iside è lampante. Iside può solo e unicamente sanare la sua ferita e la vedovanza andando a ricercare il cadavere del marito per resuscitarlo e ricomporlo. In fondo o si tratta di non voler elaborare il lutto o di immaginare di poter riportare in vita il marito in un esistenza trascendentale. Forse il paragone vede coinvolto anche Cristo resuscitato (anche lui, secondo le scritture, come Osiride resuscitato con la carne) a vita celeste che di fatto resta sempre presente nei cuori e, come prevedibile per C. riguardo al marito, anche nella mente. Nell’incontro successivo, prima di riconsultare l’oracolo per vedere come durante quel primo mese C. aveva riflettuto sull’argomento e gestito le emozioni, concordammo di eseguire un riequilibrio dei suoi chakras, che in casi come questo sicuramente avrebbe evidenziato un blocco al primo e al quarto chakras: quello del sostegno della base e quello del cuore e dell’amore. Durante tale esperienza normalmente i consultanti sono liberi di esprimere verbalmente le loro sensazioni: colori, suoni, oppure parole che giungono inaspettatamente: nomi, concetti, ricordi. Questo dipende ovviamente dal tipo di chakra che si sta coinvolgendo. Infatti passando le mani sul quinto chakra, quello della comunicazione e della gola, la signora ripetè più volte quello che poteva essere un nome, anche se insolito: Armida. Le chiesi allora se, trattandosi di un nome di donna, conoscesse una qualche Armida e se volesse dirle qualcosa. Ma nulla! Armida le era una persona perfettamente sconosciuta. Non insisto quindi e scendo al chakra successivo: quello del cuore. Dopo poco C. pronunciò la parola: miserere. Quella parola forse le suscitava una richiesta di perdono o forse un moto di compassione. E così la invitai a farlo. Prima di completare il ciclo C. ripetè due volte la seguente frase: rudimenti del passato, cui al momento non sapemmo dare un preciso senso. Al rilassamento facemmo seguire una nuova consultazione dell’oracolo. L’esagramma che uscì alla domanda: “Cosa volessero dire quelle parole” fu: La ragazza che si sposa. In sintesi,   lnell’esagramma, viene rappresentata una donna dal destino avverso sentimentalmente, che pur desiderando fortemente di sposarsi qualcosa le impedisce di fare un matrimonio d’amore o come si usava nell’antica Cina un buon matrimonio combinato dalle famiglie. Non le restava che sposare un uomo anziano, vedovo o farsi accettare come concubina di un benestante, o altre sistemazioni “surrogate”. La paura di rimanere zitelle è simile a quella d’esser vedove: prive di sostegno maschile o della sensazione di esserne circondate, come afferma Basilio Valentino nella nota 1: Homine circumdata (circondata dall’uomo). Tuttavia la questione del sostegno è solo l’aspetto più superficiale ed immediatamente emozionale; rimanervi ancorati (seppur comprensibilmente) impedirebbe un nuovo salto evolutivo permesso e previsto dall’archetipo come madre di tutti: ecclesia.3 All’oscuro ognun dell’altro entrambi ricercammo su Internet io il nome Armida e lei l’intera voce di Armidamiserere. La mia ricerca mi condusse ad un personaggio dell’epica medioevale: la principessa mussulmana Armida, protagonista della Gerusalemme Liberata. La sua ricerca la condusse invece ad una singolare vicenda di cronaca nera e sentimentale: il caso della direttrice del carcere di massima sicurezza di Sulmona, Armida Miserere, morta suicida per il dolore dell’amante morto, un secondino dello stesso penitenziario ucciso dalla camorra. Riporterò qui doverosamente le storie delle personali tragedie delle due Armida, cominciando da quella della Gerusalemme liberata. Non sarà difficile trovarvi i possibili molteplici volti dell’archetipo di Venere, che in questo caso, potenza dell’inconscio collettivo, si ripetono quasi specularmente a distanza di tempo e spazio. Il testo è ripreso da Wikipedia e le parole in grassetto sono state quelle evidenziate da C. come altamente significative al proprio vissuto. Armida, principessa ne “La Gerusalemme liberata” Nipote del mago Idraote, signore di Damasco, Armida è una bellissima maga, che lo zio invia tra i Crociati affinché ne catturi il maggior numero possibile distogliendoli dalla loro missione con la sua bellezza e con le sue arti magiche. (C. ritiene di esser stata in gioventù molto seducente) Armida giunge al campo ed immediatamente i cristiani sono presi dalla sua bellezza. Dissimulando la consapevolezza del suo potere seduttivo e la gioia per le sue future conquiste che crede ormai certe, seguendo i consigli dello zio mago, si presenta come una principessa cacciata dal suo regno bisognosa della protezione di Goffredo e dei suoi. In presenza del capitano racconta di essere figlia di Arbilano re di Damasco e di sua moglie Cariclia, di aver perso i genitori e il regno (C. è stata fortemente in disaccordo col padre tanto da lasciar presto la casa familiare), e di essere minacciata dal perfido zio che desidera la sua morte per usurpare il trono. Armida chiede al capitano di darle dieci dei suoi uomini perché la aiutino a riconquistare il regno. Goffredo dapprima le rifiuta cortesemente l’aiuto richiesto perché distoglierebbe il suo esercito dalla sua missione, ma visto lo scontento dei suoi, per evitare ribellioni alla fine le concede quanto richiesto. Vengono estratti a sorte dieci dei soldati cristiani ed Armida parte con loro, ma molti altri invaghiti della maga la seguono abbandonando nottetempo il campo che si trova così sguarnito dei principali eroi essendo anche Rinaldo lontano. Il piano di Armida sembra in parte realizzato; la donna conduce i suoi prigionieri al suo castello sulle rive del Mar Nero, qui gli eroi cristiani vengono trasformati in pesci, la maga chiede loro di abbracciare la fede musulmana e di passare alla parte nemica, al loro rifiuto li imprigiona, finché avendo saputo che il re d’Egitto sta radunando un esercito decide di donargli i suoi prigionieri. Proprio mentre li conduce da lui interviene Rinaldo che li libera. Armida così, privata delle sue prede, decide di vendicarsi facendo prigioniero proprio il loro liberatore; lo attira nel suo castello, lo induce al sonno con la sua magica arte e lo imprigiona. Nel rimirarlo addormentato tuttavia Armida non può che rimanere incantata dalla bellezza del paladino e se ne innamora. Allora lo porta con sé nel suo giardino sulle Isole della Fortuna perché nessuno le sottragga l’oggetto del suo amore. Qui trascorre con Rinaldo, dimentico dei suoi doveri di crociato, un periodo di felici amori, finché il paladino non viene riportato alla ragione dai suoi compagni Carlo ed Ubaldo inviati da Goffredo per ricondurlo alla guerra. Armida viene così abbandonata da Rinaldo in nome dei suoi doveri di combattente della fede, e rimasta sola e schernita, in preda all’ira, promette vendetta. Evoca i demoni, gli stessi attraverso i quali aveva fatto comparire il palazzo, e l’incanto cessa: tutto sparisce senza lasciare traccia; poi vola con il carro magico fino al suo castello a Damasco, qui raduna il seguito e si prepara per unirsi all’esercito musulmano adunato dal re d’Egitto a Gaza. Al campo Armida si mostra al sommo della sua bellezza, in veste di arciera, su un carro riccamente adornato, con un immenso seguito. Di fronte al re d’Egitto e a tutto l’esercito Armida si promette a chi l’aiuterà a realizzare la sua vendetta su Rinaldo colpevole di averla disonorata. Anche qui come prima nel campo cristiano i principali eroi si contendono i suoi favori e fanno a gara per tentare di compiacerla; allo stesso modo Armida illude i vari guerrieri per infiammarli ed ottenere da loro la sua vendetta. Giunto il giorno della battaglia decisiva, quando la sorte arride all’esercito crociato, Rinaldo ed Armida si incontrano, la donna punta il suo arco contro il paladino e per tre volte cerca di scagliare la freccia, ma l’amore le impedisce di colpire l’amato; rimasta sola in balia dei nemici Armida viene difesa da Altamoro che abbandona per lei i suoi soldati dandole l’opportunità di mettersi in salvo. Dopo aver visto tutti i suoi campioni cadere ad uno ad uno, disperando ormai la vittoria e la vendetta, fugge sul suo destriero e si rifugia in una radura; qui in preda alla disperazione, medita di uccidersi con le stesse armi che non hanno saputo macchiarsi del sangue del suo nemico-amante realizzando la sua vendetta. Rinaldo giunge proprio nel momento in cui sta per trafiggersi con le sue stesse armi e la ferma; poi la rassicura, la invita a placare il suo animo, si dichiara suo campione e servo e promette di ricollocarla sul suo trono e di regnare al suo fianco come legittimo consorte se lei abbandonerà la fede pagana. Armida si rasserena e accetta, si dichiara ancella sua e disposta a condividere la sua fede e il suo destino. Armida Miserere Armida Miserere fu una delle prime donne direttrici di carcere. Laureata in criminologia, figlia di militare, abituata a dare valore alla disciplina, consapevole della difficoltà e della solitudine che comportava un lavoro da "prima linea", iniziò la sua carriera a 28 anni nel carcere di Parma, e per vent'anni (gli anni difficili della mafia, del terrorismo, della P2), ricoprì l'incarico di direttore in vari carceri d'Italia: Voghera, luogo di detenzione delle terroriste "irriducibili", Pianosa tra boss mafiosi, l’Ucciardone a Palermo, poi Torino, Ascoli Piceno e infine Sulmona. Era una donna impegnata con serietà nel suo lavoro, tanto da essere spesso chiamata a risolvere situazioni in carceri difficili (v. ad es. alla Vallette di Torino dopo la fuga del detenuto condannato all'ergastolo Vincenzo Curcio); ma per la sua concezione intransigente del carcere si era fatta una fama da dura, tanto da essere soprannominata "la femmina bestia" (all’Ucciardone), o "il colonnello". In un’intervista rilasciata al settimanale "Io donna" nel novembre 1997 aveva chiarito le sue idee circa il ruolo del carcere, che deve sì recuperare il detenuto restituendolo poi "cambiato" alla società, ma deve comunque "essere un carcere e non un grand hotel". Nella stessa intervista, attirandosi molte critiche, aveva definito "boiate" i trattamenti risocializzanti, anche se in anni successivi aveva attenuato questo giudizio negativo, tanto da aver sostenuto percorsi di rieducazione come alcune edizioni di "IngressoLibero", in collaborazione con Sulmona Cinema, e corsi scolastici da effettuare in carcere anche per i detenuti di alta sicurezza. Il 19 aprile 2003 Armida Miserere, questa donna dura, discussa, che incuteva timore ma anche rispetto e che godeva dell’amicizia di magistrati come Giancarlo Caselli e Alfonso Sabella, si uccideva con un colpo di pistola alla testa nella sua abitazione annessa al carcere di Sulmona. Accanto a lei solo il suo cane e sul letto la foto del suo compagno Umberto Mormile, educatore carcerario, ucciso in un agguato di camorra nel 1990 a Milano. Questo lutto l’aveva segnata per sempre, anche perché associato alla rabbia e all’angoscia di non aver potuto per tanti anni avere giustizia, pur avendo fin dall’inizio comunicato i suoi sospetti poi rivelatisi veritieri. I responsabili della morte di Umberto Mormile furono individuati solo 11 anni dopo, nel 2001, in relazione a un maxiprocesso contro ‘ndrangheta e camorra a Milano, e il rinvio a giudizio alla Prima Corte d'Assise era stato fissato per il maggio 2003. Ma Armida si era già uccisa. Similitudini rilevate durante le sedute tra le vivende delle tre donne e quelle delle dee della tradizione occidentale che costituiscono l’archetipo della Magna Mater. La vita senza l’amore è un piatto freddo e sciapo: indigesto (Eva). Vivere così è senza senso per entrambe le Armide, la stessa considerazione che fece in cuor suo C. Disperate le due donne arrivano entrambe all’idea del suicidio come drastica via d’uscita. L’impossibilità d’amare causata dalla perdita dell’amante viene vissuta da A. Miserere come irreparabile ingiustizia al pari della vicenda di Iside e della perdita del Figliolo per Maria. L’elaborazione del lutto di C. passerà per l’elaborazione della morte come del più ingiusto degli eventi umani. “Non c’è rimedio!” pensò anche la principessa Armida, nei confronti del rifiuto del suo Rinaldo. Neanche la magia può in questo caso esser risolutiva (Venere). Per una donna guerriera come A. Miserere, dominatrice del destino degli uomini, che della giustizia e della forte autorità aveva fatto il proprio stile (Ishtar), la vita ingiusta diviene condanna. Eppure tutti noi sappiamo che mai tutto è perduto. La principessa Armida non ha compreso il messaggio di Rinaldo: il matrimonio da lei desiderato impone un cambio di atteggiamento, un’evoluzione della personalità che dal narcisismo della donna guerriera e dominatrice di uomini con le sue arti magiche e con la bellezza, deve passare attraverso una maturazione del senso dell’amore: oltre-passare. Farsi cristiana per Armida sarà la condizione che le farà com-prendere il valore dell’accettazione e dell’umiltà: di coppia e verso il prossimo (Maria). La rinuncia al narcisismo dei primati sulle altre donne (Venere nei confronti di Psiche) non apparirà più insopportabile perché avrà un nobile senso superiore. In fondo anche per C. abituata ad essere l’indiscussa Venere per il proprio marito, ora deve elaborare l’inaspettata perdita di un trono (da cui La ragazza che va sposa, oppure la stessa Eva: “Partorirai con dolore!” non essendo più immortale). L’ultimo nostro incontro vedrà la conferma dell’avviarsi per C. di un cammino interiore. Segno che l’archetipo ha ben lavorato: nessuna azione violenta ha prevalso (come consigliava Confucio nella spiegazione dell’es. 28). La decisione del cuore corrisponde alle parole dell’esagramma: “Bisogna sciogliere il nodo penetrando dolcemente nel senso della situazione”. L’oracolo si espresse in merito con l’esagramma n.: 56, Il Viandante La sentenza “Qualunque sia la cagione per cui la grandezza si esaurisce, è sicuro che essa perde la sua patria (famiglia, casa di Roma…). Per questo segue il segno: il Viandante. Sul monte vi è il fuoco l’immagine del viandante. Così il nobile è chiaro e cauto nell’applicar le punizioni e non tira per le lunghe i processi.” Quando l’erba brucia sulla montagna c’è un forte chiarore. Ma il fuoco non dimora, bensì va in cerca di nuovo alimento. La sua è soltanto una rapida apparizione. Così devono essere anche le punizioni e i processi. Sono fenomeni passeggeri e non vanno tirati per le lunghe. Le prigioni devono essere luoghi che accolgono gente solo di passaggio, come degli ospiti. Esse non devono diventare stabili dimore. Come non pensare, riguardo alle prigioni, al caso di A. Miserere: direttrice di un carcere per ergastolani, fissa dimora. Secondo Confucio l’elaborazione di un lutto per quanto penosa e lunga non può, per il proprio bene, costituire una nuova gabbia. Ma questo dipende dal concetto che si può avere dell’amore nel caso di una totale esclusività verso una sola persona. Il viandante non ha dimora, l’umanità è la sua patria e il suo amore è universale. Ciò vale per C. come per A. Miserere. Forse non c’è nulla da fare: il viandante cercherà calore dal fuoco, ma chiarezza interiore dalla luce. Personalmente ritengo che una concezione dell’amore evoluta attraverso un evento così tragico e trasformatore, vedrà l’archetipo di Venere nel suo volto più saggio e alto. In ogni caso comunque si voglia soggettivamente intendere quest’aspetto superiore, esso resterà sempre l’apice di un una struttura composita, un diamante, cui non possono negarsi le molteplici sfaccettature: i molti volti, i mille nomina di Venere. saggezza spirito stella del mattino Amore = conoscenza mente piacere corpo stella della sera P.s.: Non è ovviamente possibile riferire circa gli esiti finali dei nostri incontri per una questione di privacy ed anche perché essi non si sono conclusi. In ogni caso si può avanzare già l’ipotesi che i rudimenti del passato possano qualificarsi come archetipi, se diamo alla parola ‘rudimenti’ il senso di regole base o stampo che proviene dall’origine, il passato. Poiché entrambe le Armide hanno dovuto far l’esperienza del suicidio a causa della perdita della loro qualità maggiore: l’Amore, il messaggio che esse portano nel futuro di C. e di ricercare una via superiore o evoluta che trasformi il senso di questo sentimento oltre l’esclusività di un unico uomo, trascendendolo. A condizione però che, come avviene con l’interiorizzazione delle figure genitoriali per il figlio, così dovrebbe accadere anche nel processo d’individuazione di C.: la consapevolezza che il marito perso rimane interiorizzato come suo animus (nella liturgia cristiana l’eucarestia ha la medesima funzione simbolico-magica). Parlando di venere è ovvio che il suo archetipo susciti la stessa importanza e gli stessi necessari effetti trasformativi anche sull’uomo. Per portare un esempio, si potrebbe parlare della trasformazione vissuta dal centurione Saul divenuto poi san Paolo, dopo aver abdicato alla totalità della spada (simbolo maschile) in favore della Luce (simbolo femminile) nella folgorazione di Damasco. La coppia Paolo e Pietro sotto l’egida della protezione mariana (Venere) ripropone una perfetta coniunctio: conoscenza e leggi: Paolo, e autorità pontificale: Pietro. Caratteristiche salienti dei Pesci: segno zodiacale della signora C. Il simbolo del segno è formato da due pesci ognuno dei quali nuota in direzione opposta. Ciò significa che ai Pesci manca la capacità di stabilire e fissare una direzione. Sono emotivi e sensibili e possono essere influenzati sia in modo positivo che non. Poiché sono molto comprensivi e credono nella bontà del prossimo, spesso riescono ad essere pratici e realisti. Dato che tendono ad autodistruggersi, sono vulnerabili (sogni ed illusioni: Nettuno) e mancano di meccanismi di autodifesa, sono inclini al sacrificio di sè. Sono inoltre riservati, non è possibile conoscerli intimamente e di rado conoscono se stessi. Il carattere dei nati sotto il segno dei Pesci è abbastanza contraddittorio e spesso addirittura incomprensibile per chi non abbia la stessa mentalità. L'individuo è mutevole, dotato di notevole plasticità psichica, adatto per la recitazione (la signora C. è un’attrice). Questo segno presenta individui molto sensibili allo slancio ed al sacrificio, che hanno in sé un grande desiderio di aiutare gli altri ed anche individui che cedono ad un'eccessiva dose di fatalismo e di pigrizia, all'amore per la vita facile. I Pesci amano i viaggi ed i cambiamenti (Il Viandante). E' l'amore che spinge alla dedizione totale per il proprio partner, con un trasporto che non ha eguali, fino al sacrificio della propria individualità e delle proprie esigenze. E' l'amore romantico che vive di parole non dette, di sensazioni e che si accontenta di uno sguardo o una carezza. E' il sentimento allo stato puro, arricchito dall'intensità delle emozioni e da una fantasia sconfinata. Si e' però anche sentimentalmente indifesi e vulnerabili, capaci di dare moltissimo sul piano affettivo ma al contempo assai esigenti: ciò che viene dato lo si rivuole con la stessa o con maggiore intensità. Se questo non avviene, ci si sente defraudati e si soffre per immaginari abbandoni. Chi ha questa posizione e' sicuramente persona tenera e dolce, capace di porre il partner al centro del proprio universo, colmandolo di sensibilità esagerata, fino a percepire immediatamente ogni variazione di stato d'animo e questo basta a far piombare nella più cupa disperazione. Si tende ad essere ansiosi ed apprensivi, si necessita di continue rassicurazioni e, soprattutto, di sentirsi amati totalmente e veramente.

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