l'Archetipo del Maestro e del Discepolo In evidenza

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Ad un primo pensiero, si potrebbe dire che questo archetipo non interessi tutti e che ora siamo abituati piuttosto ad un procedere individualistico che escluda l'antico rapporto di discepolato. Come tutte le forme sin qui esplorate, però, essa offre i suoi effetti anche nella nostra società.
  Questa figura è presente sia in occidente che in oriente con varie gradazioni e sfumature ma mantenendo un nucleo consistente ed identico. Il rapporto insegnante ed allievo, è visto come uno dei processi principali attraverso il quale la conoscenza viene trasmessa e, che sia frutto di tradizione orale quanto di interpretazione ed approfondimento di regole tecniche, esso costituisce il collante che permette il passaggio di informazioni ed esperienza. Potremmo anche richiamare la figura dell'artigiano che ha con sé degli apprendisti ai quali trasmettere l'arte che ora si ripropone in forma moderna in ogni ufficio. Quindi in questo processo non vi sarebbe squilibrio, poiché attraverso questo passaggio non vengono date solo le nozioni, su una particolare arte o materia, ma lo stile e “quel qualcosa in più” che costituisce la quintessenza del lavoro stesso, della ricerca e della sperimentazione sino a quel momento sviluppata. Potremmo dilungarci nel fare esempi di diverse tipologie di insegnanti e sistemi di trasmissione, da quello che prediliga le parole a colui che insegni nel silenzio, da quello che rimane nella quiete della contemplazione a colui che insegna nel movimento, dai rapporti improntanti su una ferrea disciplina e sottomissione a quelli con caratteristiche più morbide. Infiniti aspetti, infiniti approcci, infiniti metodi di trasmissione che rispecchiano, ognuno, la specifica individualità del maestro stesso. L'archetipo, quindi, ci descrive una metodica, un rapporto ed un vantaggio nel procedere accompagnandosi a vicenda lungo le vie della conoscenza di sé e di ciò che appare esterno a sé. Si potrebbe anche pensare che questa sia l'unica modalità valida, nella ricerca di qualcosa di importante, come se tutto fosse già scoperto e che semmai si proceda ad una sua ri-scoperta. Questo in parte può essere vero ma è anche frutto di una visione limitata di ciò che si manifesta nelle nostre vite. In effetti nello sviluppo dell'esperienza umana e nella progressiva estensione della conoscenza accumulata nell'umanità, possiamo osservare come alcune idee irrompano come fulmine nel lento fluire della prevedibilità. Possiamo assistere all'allievo che ad un certo punto riesca ad afferrare quel qualcosa che lo faccia trasformare in qualcosa di diverso: la trasmutazione dell'allievo nel maestro. Nella nostra osservazione questo viene poco sottolineato ed approfondito, dediti alla ricerca del maestro “giusto” per avere il premio di questa scoperta. Come se la scoperta non fossimo noi stessi ma un altro: una deformazione della ricerca che ci porta all'esterno piuttosto che dentro noi stessi e la realtà che viviamo. Questa ricerca del maestro può avere varie spiegazioni tra le quali la funzione vivificante e stimolante che la frequentazione di certe persone può apportare alla nostra interiorità. Quando però individuiamo nel maestro una persona che sia irraggiungibile nelle vette che ha già scalato, ecco che si innesca un processo limitativo delle nostre potenzialità. Il maestro non diventa più lo stimolo ma, invece, viene trasformato nell'ostacolo. Non intendo dire che sia il maestro o l'insegnante che volontariamente freni il proprio allievo e studente, anche se questo può accadere, ma è proprio una errata percezione da parte di chi si considera allievo verso chi considera maestro, che crea l'ostacolo. Tutto è nella considerazione reciproca perchè allievi e maestri non esistono, nella maniera classica con la quale si usano questi termini, poiché siamo tutti esseri di Coscienza. Potremmo riutilizzare queste parole come funzioni temporanee ma non come ruoli stabili poiché il ruolo, il giudizio, la staticità è l'ostacolo sul quale ora mi concentrerò. FUNZIONE DELL'INSEGNARE E RUOLO DELL'INSEGNANTE NELLA NOSTRA SOCIETA' Questo tipo di rapporto che è strettamente connesso all'espressione di autorità, seppur non sempre in forme chiare ma anche molto più sottili ed efficienti, lo si riscontra negli ambienti più disparati ed, oggi, è visibile sia in alcune dinamiche lavorative, dove si miscela e nasconde nelle pieghe del rapporto subordinato o di collaborazione, ed anche nell'approccio con vari ambiti di ricerca relativi allo sviluppo delle potenzialità personali. Nella suddivisione dei ruoli e nella specializzazione così presente nella costruzione sociale di cui facciamo parte, alcune persone sono indicate e riconosciute quali depositarie di specifiche verità (questo se a torto o ragione non modifica la tipologia di rapporto che poi si viene a creare) e si assiste a questo fenomeno della formazione che diviene conformazione. Avere innescato dentro di noi l'atteggiamento di voler “cercare all'esterno la soluzione”, ci proietta verso i nostri simili con l'aspettativa che la maggiore capacità ed esperienza espressa dagli altri, possa trasformarci in maniera definitiva. Assistiamo quindi ad una rinuncia della nostra personale capacità di ascolto e comprensione al fine di delegare la ricerca e l'attuazione delle soluzioni agli altri. Seppur in maniera sfumata, dentro questa dinamica si vede operare questo archetipo che stabilisce, con chiarezza, una differenza tra coloro che sono considerati maestri e gli altri che non lo sono. L'aspetto limitante, infatti, non risulta nell'esistenza di maestri che, in quanto funzione, possono essere riscontrati in tutti gli ambiti della nostra espressione umana ma vi è poi un passaggio che dalla funzione conduce al ruolo che, in maniera spesso erronea, cristallizza nella “personificazione della verità”. La verità è una illusione, se la si concepisce come unica e statica, mentre può essere un concetto stimolante, se la si intende come espressione in movimento di un punto di vista. Cristallizzare una presunta verità in una persona, alla quale si fa costantemente riferimento per poi decidere il proprio operato, è una forma di deviazione del rapporto maestro-discepolo o insegnante-allievo, che sostiene una espressione gerarchica e piramidale molto difficile da individuare come squilibrata, per chi la viva, ma altamente condizionante. E' un'altissima forma di de-resposabilizzazione e de-potenziamento personale poiché ci si preclude, per chi ne è immerso, l'espressione pieno delle proprie capacità ed unicità. Quindi in una forma diversa da quella percepita inizialmente, possiamo vedere come questo archetipo, assieme a quello relativo all'obbedienza e la piramide, creano un “sistema” che conduce ad una realizzazione nella propria vita, di rapporti e scelte, che allontanano dall'espressione di sé stessi. Tanto più efficace quanto più invisibile agli occhi di chi lo viva. Chi si trova imbrigliato in questa dinamica, si percepisce esso stesso come portatore di verità e maestri per gli altri, riproducendo “a valle” ciò che subiscono “a monte” da colui che hanno individuato come proprio maestro. Nelle sue forme più estreme, tale tipo di strutturazione si manifesta in ciò che è definito settarismo che non è solo fenomeno all'interno dei credi ma in ogni ambito, anche quello più orientato verso lo sviluppo di benessere materiale. Distinguere tra funzione e ruolo, quindi, alimentando la prima ed osservando il secondo nella sua espressione squilibrata, è di fondamentale importanza per chi voglia coltivare una espressione personale libera ed autonoma. GLI EFFETTI DELL'ARCHETIPO NELLA PROPRIA PERCEZIONE E CAPACITA' ESPRESSIVA Ho accennato che l'attivazione e l'accoglimento di questo tipo di funzionamento, rapporto e tendenza crea una grande limitazione nella propria espressione personale. Questa limitazione, però, non si risolve solo nella dimensione delle scelte e dell'azione, che possano andare contro un precetto od insegnamento ricevuto, ma è molto più profonda. E' evidente, e non mi soffermerò su questo, che se una figura di autorità, di maestro o di insegnante induce negli altri od obbliga coloro che sono sui sottoposti, ad evitare un certo comportamento, sentimento o modo di pensare, questi ultimi saranno limitati nel loro modo di essere e se decidessero comunque di contravvenire, interiormente si attivano dei conflitti spesso distruttivi per la persona. Anche qui, sono processi non sempre consapevolizzati, perchè semmai ci si sente liberi nel contravvenire ma a livello più profondo vi è comunque una dinamica non libera, che potrebbe condizionare senza che il livello consapevole ne possa percepire gli effetti. Quando riceviamo un ordine, una indicazione e un insegnamento possono accadere tante cose che sono molto più complesse di ciò che accogliamo a livello consapevole. Questo è uno dei motivi per il quale ho intrapreso questa esplorazione degli archetipi. Ciò che ora voglio sottolineare è l'effetto destabilizzante e depotenziante che questa modalità di rapporto crea nella persona. L'aspetto più danneggiato è la “fiducia in sé”, nella sua accezione più ampia di “capacità di farcela, di esser adeguato, di poter creare ed evolvere”. Persino coloro che trasmettono metodi di crescita personale possono creare nei loro allievi questo tipo di ostacolo: tutto opera sotto il livello della consapevolezza dei protagonisti del rapporto stesso. Questo tipo di limite si attiva nella persona che riceve un insegnamento, di qualsiasi genere, che crea una propria immagine interiore della persona che offre l'insegnamento. Vi possono essere diverse motivazioni perchè questo avvenga ed è connesso all'affidamento, come se in qualche maniera per poter accogliere un suggerimento, la fonte debba essere di una natura tale da riconoscerla come superiore. Ciò è espressione dell'incapacità di accogliere suggerimenti ed insegnamenti dagli altri, poiché ci si reputa persino superiori, sino a che questa visione di sé non possa reggere di fronte a qualcuno che manifesta capacità ritenute irraggiungibili. E' interessante come unitamente alla devozione per un maestro-insegnante, si possa nascondere in sé una considerazione degli altri, in generale, come non adeguati, incapaci, stolti. Questa doppia relazione di dipendenza/soggezione per il maestro e disprezzo/incomprensione per gli altri, richiama immediatamente un sentimento interiore di non accettazione degli altri. La struttura piramidale ed il discepolato, nella sua versione più deleteria, ha le proprie radici nella volontà di differenziarsi dalla “massa” e da coloro che si ritiene indegni e non possessori di qualità. In questa modalità, potrete notare quanta intransigenza possa essere espressa da coloro che seguono un certo tipo di insegnamento, sia in ambito lavorativo quanto filosofico, rispetto a coloro che hanno opinioni diverse. L'intransigenza, inoltre, non va solo osservata nei comportamenti esterni ed in quello che si dice ma anche nei sentimenti che si manifestano nella persona e quale intimo atteggiamento ha per la vita ed i propri simili. Il gruppo, inteso come aggregazione di persone connesse tra loro da uno scopo, attività, interesse, può esprimere un rifiuto per gli altri che non si conformano a certi principi base. L'intolleranza si annida, quindi, dentro le persone anche se professano o seguono strutture che appaiono volte alla crescita globale: tutto sta nel capire che tipo di crescita si intenda. Verso di sé, per coloro che fanno parte di questa dinamica in funzione di allievo/seguace/dipendente questo pensiero ed atteggiamento crea degli ostacoli molto grandi alla propria espressione ed alla scoperta di sé stessi. Ho notato durante la mia attività, nella mia vita personale ed approfondendo vari ambiti della crescita personale, che è molto difficile prendere in mano la propria vita e trasformarla. Alcuni ci riescono e molti lo fanno in parte ma un ostacolo molto ampio è il ritenersi allievo e “non all'altezza”. Questo tipo di percezione, di auto-percezione, può avere varie radici ed una di queste risiede nella forma-archetipo di cui parliamo. Poiché si ritiene in maestro-insegnante possessore di qualità, doti e capacità irraggiungibili, ci si ferma nella percezione di sé stessi come incapaci di raggiungere “tali vette”. Nella creazione della nostra vita, la fiducia in sé riveste un ruolo centrale perchè quando equilibrata esprime, direttamente, il nostro essere libero ed autonomo. Il dubbio sulle proprie capacità, quando è una forma di paura di mettersi in gioco, è quell'elemento che blocca il passaggio rapido all'autonomia. Per molti, quindi, in vario modo si crea una situazione di sottile dipendenza dall'altro, quale essere straordinario, la quale impedisce di percepire la propria bellezza e forza interiore. Questo, all'estremo, crea persino un'attività di copia (clone) con la quale l'allievo si trasforma in una riproduzione del maestro-insegnante, assumendone comportamenti, modi di parlare, espressioni non verbali, tipo di abbigliamento. La negazione di sé stessi è tanto ampia che si sostituisce la propria unicità con quella espressa dall'altro. Qui siamo nei casi estremi ma che potrete osservare in molti ambiti della vostra vita. Quanto avete copiato voi i comportamenti di un altro? Domanda difficile, poiché viviamo in una società con una contraddizione enorme: un forte individualismo unito ad una forte tendenza ad acquisire modelli di riferimento. Si creano tanti cloni che pensano di essere unici: una grande illusione. Difatti ricordo che la forma di imprigionamento più efficiente è quella che fa credere al vincolato di essere libero: attraverso i modelli che vengono proposti si ha il controllo sui comportamenti di vaste aree della società. Alcuni parlano di una “necessità di modelli positivi” non accorgendosi che, spesso, questa affermazione nasconde lo squilibrio che è alla base dell'attuale sistema. I modelli sono utili ma senza una profonda riscoperta dell'individualità e dignità personale, si trasformano nelle gabbie “dorate” ed invisibili. Dorate perchè offrono una serie di vantaggi, che il singolo percepisce come importanti, ed invisibili poiché non ci si rende conto del vincolo. Per tornare all'effetto in noi di questa dinamica, il percepire il maestro-insegnante quale essere superiore, possessore di qualità straordinarie, unita ad una percezione di sé stessi come inadeguati ed incapaci, non permette di assimilare davvero l'insegnamento che ci viene proposto ma semmai crearne una copia, una riproduzione, non flessibile e meno efficace. Uno dei motivi per il quale si percepisce come l'allievo non riesca ad offrire un aiuto od una prestazione come il maestro, è dovuta a questo “stallo” che è dentro l'allievo che ancora non gli permette di integrare l'insegnamento all'interno della propria originalità. L'allievo supera il maestro, invece, quando beneficiando dell'insegnamento questo viene messo al servizio di sé, della propria essenza ed unicità, per creare qualcosa di nuovo rispetto a ciò che il maestro-insegnante trasmetteva e viveva. Poiché non è possibile copiare efficacemente un'altra persona, ed al più ci si limita ad elementi esterni, il vero salto di qualità verso una capacità di risoluzione dei propri problemi passa attraverso la ri-scoperta di sé. I maestri-insegnanti sono utili a questo ma non nel tramandare modelli cristallizzati. Nel passaggio ogni modello si modifica perchè il modello in sè è una illusione, ciò che è concreto è quanto le persone creano nella propria vita. In alcuni ambiti si pronuncia una espressione del genere “quanto il discepolo è pronto, appare il maestro”. Questo tipo di espressione può essere fonte di fraintendimenti: dal punto di vista di quello che si sta evidenziando, possiamo dire che discepolo e maestro si incontrato perchè avvicinati dalla comune necessità di compiere un passaggio, nel quale la funzione dell'insegnante è di entrambe le parti. Il maestro impara dall'allievo e viceversa, i ruoli sono sociali ma non effettivi. Tutti siamo maestri e tutti siamo allievi. PERCHE' E' IMPORTANTE RICONOSCERE LA PROPRIA UNICITA' ED ALIMENTARE LA MAESTRIA INTERIORE Cosa differenzia una persona che esprime sé stessa da un'altra che decide di copiare un'altra? Ognuno di noi è un cosmo che possiede in sé immense risorse di rinnovamento e creatività. Accade però che a seguito di molteplici fattori, blocchiamo questa capacità creativa ed espressiva. Le motivazioni possono essere tante e di solito questo è un tipo di esplorazione che conduco durante le proposte e gli incontri che svolgo. E' evidente come, però, sia davvero portentoso l'apparato di freni, paure, dubbi che impediscono di ascoltarsi e seguire ciò che emerge dal profondo. Si ha timore che da questo nostro scrigno possano emergere mostruosità: così si trascorre la vita nella mediocrità che crea la copia e riproduzione di altrui comportamenti. Ritenere che ci sia un'altra persona che abbi attributi di superiorità tale da oscurare la propria essenza, è un grande errore che però possiamo osservare frequentemente. Tutta l'attenzione che viene posta verso persone che diventano delle “icone”, che già in questa parola spesso usata richiama un misto di staticità e religiosità, o modello di riferimento va a conformare la nostra evoluzione verso questo “sistema di copia ed incolla”. Così come accade per un testo, la funzione “copia ed incolla” presente nei nostri software di scrittura produce, spesso, qualcosa che non ha una propria armonia. Si può anche far riferimento all'antica simbologia racchiusa nella storia di Frankenstein, che tanto è installata in noi, e che richiama proprio l'unione innaturale di parti differenti, per creare qualcosa che abbia una parvenza di vita. Su questa figura si potrebbe parlare molto, quale specchio di molte tendenze attuali, ma nel caso che ci interessa essa ci ricorda come l'unire “parti” che siano comportamentali, di atteggiamento di pensiero ed emozionali osservate in altri, come se queste “strategie” fossero separabili dal loro originario autore, per poi costruire un nostro nuovo modo d'essere crea, infine, uno squilibrio. Quando copiamo una strategia in un altro, ad esempio, potremmo anche divenire più efficaci nel raggiungimento di un obiettivo ma essa è una parte “morta” che sovrapponiamo alla nostra vita. Se è vero che gli altri sono di stimolo, è altrettanto importante ricordare che la nostra originalità aspetta di essere ascoltata: coprirla con pesanti fardelli, acquistati spesso a caro prezzo, nel lungo periodo non porta la felicità. Il passaggio che resta difficile per molti è proprio quello di utilizzare quanto appreso e riformularlo nel proprio modo. Molte tecniche e procedure falliscono perchè seppur permettono un miglioramento nei risultati raggiungibili, se nella tecnica e nella procedura stessa sono contenute espressioni del modo di essere del creatore ed un certo modo di vedere “la vita”, non sempre si possono adattare a tutti. Ho osservato molti eventi miracolosi e posso comprendere come l'aver fiducia nell'altro sia un componente importante dell'effetto positivo. Risulta però difficile ai più comprendere che vi è stata una cooperazione, certo, ma che la propria parte è stata fondamentale. Questa parte è il seme che potrebbe generare la libertà personale ma molti si fermano ad osannare colui che ha operato il prodigio come essere speciale ed unico. Si rimarca la percezione che ciò che è avvenuto sia fuori dalla propria portata e ci si preclude la possibilità di scoprire il modo di accedere a quella forza generatrice di miracoli. Molti ricercatori in quello che è lo sviluppo personale, non sono soddisfatti di ciò che apprendono ed intraprendono un circuito di formazione, attraverso diversi insegnanti, senza però trovare questo centrale aspetto. Anche coloro che insegnano, difatti, sono vittime di questa illusione-credenza poiché essi stessi possono aver vissuto la fase maestro-discepolo senza, però, essersi liberati dal vincolo ma diventando trasmettitori dello schema. Questi scritti, relativi agli archetipi, così come il mio restante lavoro, è dedicato a coloro che vogliono davvero compiere un passo di liberazione ed espressione personale. Non tutti possono accogliere questo tipo di visione perchè è così ampia la riconoscenza verso coloro che hanno contribuito al proprio percorso, che si percepisce quasi come una offesa la demolizione del piedistallo sul quale si è posta una determinata figura. Ciò, confido, potrà essere superato con il tempo ma non per tutti è immediato. Accade che si scopra che il proprio idolo non sia perfetto come lo si immaginava, vivendo una grande delusione. Attraverso questo processo alle volte avviene un distacco molto repentino da colui o colei che aveva assunto il ruolo di maestro. Purtroppo nel far questo alle volte si rigetta tutto l'insegnamento ricevuto, senza riuscire a trattenere quanto di utile e valido nel proprio modo di procedere. Se rimaniamo centrati dentro la nostra percezione di come ognuno di noi esprime una realtà di un'altissima dignità e potenzialità, e che non esiste qualcuno che sia più meritevole di altri di rispetto ma che, anzi, in ognuno ci possiamo rispecchiare, ritengo produca frutti molto positivi e possono far superare agilmente i rischi di una “santificazione” di colui che insegna. Se volessimo usare una forma poetica, potremmo dire che “il mondo non ha bisogno di maestri quanto piuttosto di allievi liberi: siamo tutti allievi per tutta la vita, di noi stessi.” Quanto detto non vuole demolire quanto di splendido si sia creato grazie a strutture sociali che ruotano attorno a leader, maestri ed insegnanti. Rammentiamo che un certo funzionamento appare nella società perchè risponde alle richieste dei singoli, anche quando questo funzionamento porta enormi squilibri agli stessi. La maestria interiore e la libertà di esprimersi non è attitudine alla quale siamo abituati, che ci viene insegnata e che possa essere di facile applicazione. E' un processo di crescita personale che impegna in maniera intensa ma che aiuta davvero nel raggiungimento di una stato ampliato di esistenza. A molti potrebbe apparire sicuramente molto più semplice dare la responsabilità e persino i meriti agli altri: si rimane sullo sfondo senza prendere parte al fluire della vita. Se non ci si espone, non si viene giudicati per gli errori. Questo tipo di atteggiamento, però, impedisce di far emergere le proprie doti che spesso ci accorgiamo di avere solo nei momenti di emergenza. Quando crolla il sistema di riferimento, siamo “lanciati in campo” e quindi costretti ad operare scelte di responsabilità. In alcuni casi questa è una modalità che porta successo ma è un modo di crescere molto traumatico. Se si accoglie lo stimolo altrui ma lo si trasforma in qualcosa di proprio, prendendosi pienamente la responsabilità di quanto si compia e senza cedere il proprio potere creativo agli altri, potremmo emergere come esseri nuovi, espandendo la propria luce interiore nella quotidianità e nei rapporti che viviamo, senza dover vivere pesanti traumi. Tutto lo studio delle malattie psicosomatiche, ad esempio, ci ha fatto comprendere come molti disturbi di carattere fisico derivino da questa forzatura che noi operiamo su noi stessi. Un essere che si esprime è un essere sano ed equilibrato, viceversa obbligarsi ad operare in un recinto va a danneggiare tutti i nostri aspetti sino a quello fisico. PARLARE DI EVOLUZIONE ED ESSERE L'EVOLUZIONE Apprendere degli insegnamenti e riprodurli non è una vera evoluzione. Nozioni, tecniche, metodi, strategie ed anche i successi che si ottengono grazie a questi sono piccola cosa nel confronto della vera evoluzione personale. Certo questi passaggi costituiscono alle volte delle tappe obbligate ma ad un certo punto si rende necessario il recuperò della propria autonomia, qualora la si sia persa nel seguire certi percorsi. Difatti l'essere umano che sta emergendo in questi anni, ricchi di sfide ma davvero di opportunità uniche, possiede l'attributo dell'autonomia e della responsabilità dell'uso del proprio potere. La dinamica piramidale, obbediente e gestita come gruppo-gregge ha mostrato tutta la propria incapacità di creare un mondo ed una convivenza sociale che porti armonia. Nonostante tutti i vari squilibri presenti nella società, però, è più forte l'amore e l'armonia che trova sempre spazi per manifestarsi. La piramide non è riuscita a demolire l'animo umano e l'omologazione, seppur tentata con formidabili mezzi, non ha raggiunto il suo scopo e non si è realizzata. Siamo costantemente bombardati da questo tipo di condizionamenti ma non è stato ancora possibile eliminare la capacità di risveglio che ora si sta manifestando in maniera sempre più ampia. Stiamo osservando tutti, ma mano, lo scoprirsi dei vecchi giochi e ci prepariamo a transitare verso una nuova modalità di esistenza. Questo passaggio, però, è come tutti quelli fondamentali nel nostro percorso, da compiersi individualmente. “L'essere l'evoluzione” è l'avventura più grande che ci possa coinvolgere e man mano il vuoto “parlare di evoluzione” sarà superato come passaggio. L'archetipo del Maestro e del Discepolo potrà essere riscritto avendo ben presente quanta maestria sia custodita in ognuno di noi che convive con l'essere sempre in evoluzione e quindi discepolo della vita e di sé stessi. Si tratta, quindi, di ridefinire i ruoli e togliere energia a visioni molto rigide per riappropriarci della funzione che è quella che ci sostiene e ci stimola. I ruoli cadranno, se li intendiamo come espressioni mitizzate di funzioni, per lasciar spazio al fluire di ognuno. Chiudo aggiungendo un ulteriore elemento: nella dinamica tra Maestro e Discepolo, chi ha meno possibilità di evolvere? Alcuni potrebbero rispondere il discepolo ma dalla sua parte, ha la possibilità di disilludersi del maestro e liberarsi. Colui che realmente è più imprigionato nel ruolo è il maestro: egli ha barattato la sua possibilità di evolvere per il mantenimento di un ascendente sugli altri e posizioni di utilità. Il maestro spesso non può cambiare idea e perde la fluidità di dire “oggi mi va così”, perchè sa che vi sono persone che si attendono da lui certi comportamenti. Questo archetipo, quindi, costituisce una grande trappola anche per gli esseri più evoluti, poiché su di essi cala una colata di cemento che li ferma in una statua senza vera vita. Luca Ferretti www.trasformazioneconsapevole.it

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